A volte il destino si può capire. O quantomeno spiegare. Basta sapersi fermare un attimo senza farsi travolgere dal tourbillon della vita quotidiana e mettersi a osservare quello che ci sta attorno. Anche fuori dalla porta di casa nostra. Interrompere per un attimo il moto delle lancette di un orologio, vero e proprio giudice inflessibile dei nostri momenti. O semplicemente ignorarlo. Perché ogni vita che sembra così piccola e insignificante se rapportata alla complessità del cosmo, diventa grande e importante, specie nel momento in cui viene vista con la lente d’ingrandimento dello scrittore, autentica icona di quella sensibilità che fa vedere quello che a occhio nudo appare invisibile. E così, “Strade interrotte” parla di storie iniziate, spesso finite presto ma comunque comprese, paradossalmente, dalla parte meno razionale di noi, simboleggiata da due ombre che s’incrociano ogni sera, si amano per non lasciarsi più, nemmeno quando i corpi che li originano hanno smesso da tempo di unirsi. Metafora infallibile dell’unione che riesce a sublimarsi in sentimento puro, come cantava Luca Carboni nella sua struggente “Chicchi di grano”: “bianchi, distesi nel buio i nostri corpi, mentre le anime unite volavano su”. E questi racconti, da leggere tutto d’un fiato, proprio come se si ascoltasse un buon Cd, potrebbero davvero ispirare degli ottimi testi per un bravo “burattinaio di parole” capace di fondere efficacemente musica e parole. C’è la provincia emiliana cantata da Ligabue e Guccini, ma anche l’Aspromonte di certi cd che si vendono nelle fiere della Locride, in cui le storie di antichi briganti diventano occasione per descriverne paesaggio impervio e l’atmosfera unica che vi si respira. “Strade interrotte” è una sorta di slalom tra rimpianti e rimorsi: rimpianto di quello che non ama la donna rivelatasi diversa da come l’aveva immaginata; rimorso di un padre che non si oppone alla fuga in Vespa di un figlio che correrà incontro a un tragico destino. C’è la malinconica ironia della famiglia moderna di una grande città, nella quale l’accumulo di beni superflui mira a compensare carenze affettive ed educative. Un mondo di plastica, nel quale alle sovrastrutture viene data così tanta importanza da farle diventare fondamentali. È il contesto in cui “si produce, si consuma e si crepa” secondo le regole fissate dalle tribù metropolitane. Ma soprattutto, c’è il cuore dell’autore che si racconta nel capitolo finale, una sorta di compendio dello spirito che ha ispirato l’opera, dal quale si capisce che, in fondo, certe strade non si interrompono mai e non c’è distanza o incedere del tempo che tenga. Perché i sogni senza tempo restano. E non importa sapere che spesso viaggiano in strade tortuose e per nulla agevoli. L’importante è che proseguano il loro cammino. E che le strade non s’interrompano mai.